Come garantire che ogni minore straniero non accompagnato trovi, ovunque in Europa, una figura adulta capace di accompagnarlo nella tutela dei suoi diritti? È questa la domanda che ha accompagnato il progetto GUARD-UP negli ultimi due anni e mezzo e che è tornata al centro dell’incontro finale organizzato nella capitale greca dall’organizza dal partenariato, guidato dal Centre for European Constitutional Law di Atene.
Come partner del progetto, abbiamo partecipato a una giornata intensa di confronto tra istituzioni, università, organizzazioni della società civile, tutori volontari e professionisti provenienti da Grecia, Italia, Polonia, Cipro, Belgio, Croazia e Paesi Bassi. Un’occasione non soltanto per presentare i risultati raggiunti, ma anche per riflettere sulle sfide che attendono i sistemi di tutela in Europa.
Ad aprire i lavori è stato Heracles Moskoff, Segretario generale per le Persone Vulnerabili e la Protezione Istituzionale del Ministero greco della Migrazione e dell’Asilo, che ha ricordato come in un contesto politico europeo sempre più attraversato da narrative ostili alle migrazioni sia fondamentale riaffermare il valore della tutela dei minori non accompagnati. I tutori, ha sottolineato, sono «una parte fondamentale dell’ecosistema dei diritti umani e della protezione sociale» costruito intorno a ragazze e ragazzi particolarmente vulnerabili, e rappresentano uno strumento essenziale per contrastare dispersione scolastica, esclusione e marginalità che spesso colpiscono queste persone.
I risultati del progetto sono stati illustrati da Maria Koumianaki. Nato dalla consapevolezza che i sistemi di guardianship europei presentano assetti molto diversi tra loro e livelli differenti di consolidamento, GUARD-UP si è posto l’obiettivo di rafforzare le competenze dei tutori e sviluppare strumenti comuni. Tra i principali risultati figurano sei National Action Plan, che analizzano i quadri istituzionali nazionali, gli attori coinvolti, le procedure e le sfide esistenti; una guida alle buone pratiche che raccoglie esperienze innovative provenienti dai diversi paesi partner; un percorso formativo basato su standard europei, strumenti operativi e casi studio; e la formazione di 374 professionisti e tutori. Tutti i materiali sono ora disponibili sulla piattaforma del progetto.
Uno dei temi più interessanti emersi durante la giornata è stato il confronto tra i diversi modelli nazionali di tutela. Sebbene ogni paese disponga di una base giuridica e di un’autorità competente, le differenze restano significative. La Grecia, è stato evidenziato, ha costruito in pochi anni un sistema nazionale di tutela particolarmente solido; l’Italia dispone di un quadro normativo avanzato grazie alla legge 47/2017, ma continua a confrontarsi con applicazioni territoriali molto diversificate. Proprio la legge italiana è stata al centro del videomessaggio inviato da Strasburgo dalla senatrice Sandra Zampa, che ha richiamato la centralità della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e il principio del superiore interesse del minore. Un principio che, secondo Zampa, dovrebbe orientare ogni scelta politica in materia migratoria e che rischia di essere indebolito nell’attuazione del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.
Per il professor Vasilis Ioakeimidis dell’University of West Attica, il successo di un progetto non si misura soltanto dai risultati formali raggiunti, ma dall’eredità che lascia una volta concluso il finanziamento. Nel caso di GUARD-UP, questa eredità consiste innanzitutto nella nascita di una comunità europea di pratica e conoscenza. Una rete di relazioni che continuerà a collegare professionisti, ricercatori e tutori ben oltre la conclusione delle attività. Nel suo intervento, ha inoltre proposto una riflessione più ampia sulle radici storiche del lavoro sociale europeo, invitando a guardare con spirito critico anche alla storia delle istituzioni di protezione. Attraverso alcuni esempi significativi, ha ricordato come le pratiche di tutela e assistenza abbiano talvolta avuto origine in contesti segnati da gravi violazioni dei diritti umani: dai bambini separati dalle famiglie “per ragioni sociali” durante la guerra civile e la dittatura franchista in Spagna, ai minori sottratti alle madri in Irlanda e collocati in istituzioni religiose dove molti persero la vita a causa delle condizioni di vita degradanti. Richiamando queste vicende, Ioakeimidis ha sottolineato l’importanza di non considerare i sistemi di protezione come realtà neutre o automaticamente benevole, ma come costruzioni storiche che richiedono una costante riflessione critica.
Da questa prospettiva ha elencato quelli che ha definito i “peccati capitali” della ricerca e del lavoro sociale. Il primo è il presentismo, ovvero la tendenza a considerare i problemi sociali come fenomeni esclusivamente contemporanei, privi di radici storiche, valutando le persone e le famiglie soltanto nel loro stato attuale di fragilità senza interrogarsi sui processi che hanno prodotto quella condizione. Ha poi richiamato il rischio del riduzionismo, che porta a spiegare fenomeni complessi attraverso letture parziali, come ad esempio considerare il razzismo esclusivamente come una questione identitaria, senza riconoscerne i legami con le storie del colonialismo e dello sviluppo economico europeo. Un esempio è il fenomeno delle workhouse britanniche, luoghi destinati ai poveri dove intere famiglie erano costrette ad entrare a causa della povertà e dove vivevano in condizioni estremamente dure, lasciando traumi che in alcune comunità sopravvivono ancora nella memoria collettiva. Tra gli altri errori da evitare ha indicato l’anacronismo, che giudica il passato con categorie contemporanee senza comprenderne il contesto; il nazionalismo metodologico, che porta a raccontare le storie dei diversi paesi come percorsi separati anziché riconoscerne le profonde connessioni; l’eurocentrismo, che assume l’esperienza europea come modello universale marginalizzando altre forme di conoscenza; e infine la frammentazione, che concentra l’attenzione esclusivamente sulle esperienze individuali indebolendo la comprensione dei fattori strutturali che producono vulnerabilità e disuguaglianza.

Una riflessione che ha offerto un importante quadro interpretativo anche per il tema della tutela dei minori stranieri non accompagnati, ricordando come ogni sistema di protezione debba interrogarsi continuamente sulla propria storia, sui propri limiti e sulle relazioni di potere che lo attraversano.
Una delle riflessioni più condivise durante il confronto politico ha riguardato la condizione dei ragazzi al compimento dei diciotto anni. Aggeliki Aroni, Direttrice per la Protezione dei minori non accompagnati del Ministero greco della Migrazione e dell’Asilo, ha sintetizzato il problema con parole molto dirette: «Tutto il sistema investe, i tutori, il ragazzo, il sistema sociale. Ma dopo che il ragazzo diventa diciottenne, cade tutto e lui torna a essere una persona vulnerabile». Un tema particolarmente attuale alla luce dell’attuazione del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo.
Tra i momenti più intensi dell’incontro vi è stata la testimonianza di Evridiki Georgiou di Hope for Children, che ha raccontato la storia di un ragazzo siriano arrivato a Cipro dopo un viaggio segnato da traumi, perdite e fortissime pressioni familiari. Una storia dolorosa che ha ricordato a tutti i partecipanti quanto sia complesso individuare i segnali di sofferenza e quanto sia indispensabile un approccio multidisciplinare capace di coinvolgere tutori, operatori, professionisti della salute mentale e pari.
Tra gli interventi più apprezzati vi è stato quello di Mohamed, tutore impegnato quotidianamente nell’accompagnamento dei minori. Riportando il dibattito dal livello delle politiche a quello della pratica quotidiana, ha ricordato che «non è un lavoro, ma un dovere». E ha aggiunto: «Sono i nostri bambini. Siamo qui per una ragione e niente dovrebbe separarci gli uni dagli altri». Un richiamo semplice ma potente alla responsabilità individuale e collettiva di chi opera nel sistema di protezione.
A chiudere la giornata è stato Terry Smith dell’European Guardianship Network, che ha ricordato come esistano in Europa ventisei diversi modelli di tutela, ma come EGN hanno definito sette principi comuni che dovrebbero guidarli tutti: non discriminazione, affidabilità, indipendenza, approccio centrato sul minore, partecipazione, qualità e collaborazione.
Dopo due anni di lavoro condiviso, il messaggio emerso da Atene è stato chiaro: non esiste un unico modello europeo di tutela, ma esiste una convinzione comune. Nessun minore che attraversa da solo una frontiera dovrebbe affrontare il proprio percorso senza il sostegno di un tutore preparato, competente e capace di camminargli accanto. Questa è la promessa che GUARD-UP lascia in eredità e che la comunità costruita dal progetto è chiamata a portare avanti.